Vela bianca

  
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Hhhhhhhiiiiiiiiiiiiiiiiii…. hhhhhhhhhhhiiiiiiiiiiiiiiii… silenzio, per un po’. Che poi silenzio sarebbe il rombo del motore senza quel fischio/stridìo incessante, ma… hhhhhhhhhhhhiiiiiiiiiiiiiii, hhhhhhhhhhiiiiiiiiiii… riattacca, quel suono che è come un cavatappi che ti trapana il cervello 24ore su 24. Siamo in trasferimento, in Mediterraneo, e non c’è un filo di vento da quasi 72 ore. Si va a motore quindi e quel ‘hhhhhhiiiiiiii’ è il suono della trasmissione, l’asse dell’elica che passando attraverso lo scafo in questo cavolo di barca non riesce a farlo urbanamente, in silenzio o in un silenzio-meccanico, un suono che abbia del tollerabile, ma stride come se lo scafo lo stesse tornendo, come se dovesse forarlo con il proprio lavoro meccanico giro dopo giro.

E così da oltre due giorni conviviamo con questo suono che è ovunque dentro la barca, nelle cabine di poppa, nel quadrato. Anche in pozzetto. In realtà sono più di due giorni che navighiamo. Siamo infatti partiti dalle Azzorre, 19 giorni fa ma in Atlantico e attraverso lo Stretto di Gibilterra il vento c’era e così il motore lo accendevamo, si, ma solo di tanto in tanto. È la dura vita del trasferimento: ti viene affidata una barca e tocca accettarla così com’è, e la maggior parte delle volte, diciamo quasi sempre non è proprio in forma smagliante. Parti badando al sodo: che l’albero stia al suo posto, che il timone sia solido, che il motore faccia più o meno il suo dovere. E ovviamente che lo scafo sia pressocchè stagno. E che lo rimanga nel tempo. Le avarie che si presenteranno poi, dovute a negligenza di chi ha usato la barca prima di te o a semplice usura non le metti neanche in conto… o ce le metti, sai che ci saranno ma fai finta di non saperlo. Parti e quel che sarà sarà, quel che si rompe si riparerà strada facendo.

Ma non è questo di cui volevo scrivere. Vorrei scrivere del mio amico Stefano che durante il mio ultimo trasferimento (sì, lo stesso dell’ “hhhhhiiiiiiiii”) è venuto da Plymouth a darmi man forte come equipaggio. Stefano è un derivista o meglio, un dinghy sailor. Ci siamo conosciuti a Plymouth dove lui vive tuttora. La sua casa è a cento metri dai ‘Narrows’, un’ansa del fiume Tamar dove le correnti tidali superano facilmente i 5nodi. Proprio vicino ai Narrows nel dopo lavoro Stefano spinge in acqua il carrellino in alluminio del Wayfarer che possiede in coproprietà con un amico, noncurante dell’acqua gelida che per qualche secondo gli attanaglia le caviglie come le chele di un granchio ostinato e crudele. Il Wayfarer è un elegante derivone in legno di qualche decennio fa che lui stesso ha riportato allo splendore che gli spetta, smalti e coppale.

Uno spintone al Wayfarer, un balzo attraverso il quale Stefano si porta in pozzetto, stick in mano e via, le vele bianche nel vento. Quel vento a volte opaco di pioggerella fine, a volte gelido di aria tersa e luminosissima, a volte potente, quasi solido nel suo carico di umidità pesante spinta dai 25nodi di Westerly. Questa è la vela di Stefano, semplice, gloriosa. Pura. A volte sono allenamenti con il suo compagno, a volte scampagnate nel Sound (il golfo attraverso cui Plymouth è unito alla Manica) con la fidanzata, a volte una regatina di circolo. Fra il verde vivo delle colline della Cornovaglia, sovrastato dal grigio luminoso del cielo e solcando il verde limaccioso delle gelide acque tidali, il Wayfarer trova la sua strada trovando il suo equilibrio tra il vento e le correnti di marea, sempre rientrando allo stesso scivolo poche decine di metri oltre il quale, fatalmente, vi è il pub dove Stefano, altrettanto fatalmente finirà a farsi qualche pinta e a piantarsi bene nella mente, come puntine da disegno, quelle immagini di paesaggi marittimi gloriosi di cui solo i mari del Nord sanno essere prodighi. Ma sono paesaggi che lì per lì, sul momento, mentre li osservi, sei sempre troppo intirizzito, la mente irretita dal freddo per poterli fare tuoi profondamente. E allora viene il fine giornata al pub, necessario per lo spirito ancor prima che fisiologicamente. Si, a differenza di quanto avviene per un paesaggio Mediterraneo che si fa osservare per ore di godimento sensuale mentre te ne stai in costume disteso in coperta, un panorama del Nord lo si osserva brevemente, di traverso al colletto della cerata tirato su, pochi attimi, finchè il freddo è troppo, la pioggia ti ha nauseato e devi girarti altrove o ripararti dietro lo spray-hood.

Stefano quest’anno ha deciso che voleva provare l’Oceano. Ha preso un volo per Horta, nelle Azzorre e si è unito al mio equipaggio pronto a salpare per la Spagna, 1100miglia di mare. Turni di guardia, cucinare, ridurre le vele. Stefano si dimostra subito all’altezza. Precisissimo all’eccesso nella regolaIone delle vele. D’altronde fa deriva Stefano e na sa di regolazioni. Ben presto gli lascio briglia sciolta nel regolare le vele mentre sto dormendo, un privilegio che non sempre mi posso concedere. Cala il vento e arriva il motore, inevitabile nel trasferimento. A tratti il vento riprende ma appena molla un po’, se la media scende e la barca comincia a rollare senza potenza nelle vele io giro brutalmente la chiave, rompo il silenzio che poi silenzio non è mai, quello del mare e del vento e rilancio la barca ai 5nodi che mi sono prefissato come media. Poi arriva un venticello lieve, insufficiente da solo a spingere questa barca pesante a velocità dignitosa e fra l’altro neanche l’angolo è buono, ma vruummh, una bottarella di motore e ci ritroviamo in una sacrilega andatura mista vela/motore, una schifezza da motorsailer che in realtà schifezza non è perchè con usura minima del motore lasciato a giri bassi si fila a bei sei nodi che per questa barca non sono pochi.

Stefano è inorridito da questa condotta blasfema. Per lui la vela è il bianco candido del dacron, la sensazione unica delle scotte strinte tra le mani, lo sciaguattìo dell’acqua sullo scafo, il fischiare del vento nelle sartie. Non questo rozzo incedere con qualsiasi mezzo. Ci mette qualche giorno Stefano ad identificarlo ma alla fine questa discordanza tra quello che si era immaginato e l’effettiva realtà dei trasferimento si manifesta come un malessere. Me ne parla mentre a sera facciamo aperitivo in pozzetto e io sorrido. Resto nel mio ruolo, gli dico che sì, i trasferimenti sono così non ci si può fare nulla e sì, la vera vela è quella che fa lui, su in Inghilterra. In barca, da skipper si impara a convivere con la sentenza, con il dato di fatto. È una conseguenza di una condotta che vede le proprie scelte come unica opzione e le conseguenze da esse generate come unico scenario possibile nella realtà. È un’autodifesa e una necessità pratica.

Poi il giorno dopo, durante un turno pomeridiano ci ripenso. Mi ha piantato un tarlo nella testa Stefano. E sì, devo ammetterlo a me stesso: forse lo avevo dimenticato. Un po’ certo devo averne stratificato la consapevolezza sotto due anni di routine di barche portate da A a B senza troppa poesia. Ma io questa cosa la so bene, benissimo per averla vissuta sulla mia pelle, anni fa quando la vela era un’esperienza diversa, più piccola sì, più casareccia, certo, ma anche più intima, certamente più intensa nel modo in cui la vivevo. Con la sua osservazione Stefano mi ha riportato lucidamente alla mente la bellezza della vela vera, la vera pura. L’ebbrezza di andare solo e davvero con il vento. Il privilegio di vivere fuori dal tempo, dai calendari, dalle ottuse abitudini e dalle necessità della vita terrestre. È un punto di vista ingenuo e privilegiatissimo quello di cui Stefano gode ancora.

…avrò occasione di riparlarne. Intanto grazie, Stefano per avermi ricordato il valore della vera vela!

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3 thoughts on “Vela bianca

  1. Hei Franci, hai mai pensato di scrivere un libro?

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